| DON
JUAN:
«E'
possibile insistere, insistere in modo conveniente, anche se sappiamo
che ciò che stiamo facendo è inutile»
disse sorridendo. «Ma
dobbiamo sapere prima di tutto che le nostre azioni sono inutili e tuttavia
dobbiamo procedere come se lo ignorassimo. Questa è la follia controllata
dello sciamano. (...)
Sono felice che tu, alla
fine, mi abbia chiesto della mia follia controllata dopo così tanti
anni, e tuttavia non mi sarebbe importato se non me lo avessi chiesto.
Ma ho scelto di essere felice, come se fosse importante il fatto che tu
me l'abbia chiesto, come se fosse importante il fatto che ci tenga. Questa
è la follia controllata!»
Ridemmo
entrambi molto forte e lo abbracciai. Trovavo meravigliosa la sua spiegazione,
anche se non la capivo per niente. (...)
CARLOS
CASTANEDA:
«Con
chi eserciti la follia controllata, don Juan?»
chiesi dopo un lungo silenzio.
Fece una
risatina.
DON
JUAN:
«Con
tutti!»
esclamò sorridendo.
CARLOS
CASTANEDA:
«Allora,
quando scegli di metterla in pratica?»
DON
JUAN:
«Ogni
singola volta che agisco.»
A
quel punto sentii che avevo bisogno di riepilogare e gli chiesi se follia
controllata significasse che le sue azioni non erano mai sincere, ma erano
solo gli atti di un attore.
DON
JUAN:
«Le
mie azioni sono sincere,»
disse «ma sono solo gli atti di un attore.»
CARLOS
CASTANEDA:
«Quindi
tutto ciò che fai deve essere follia controllata!» esclamai
sinceramente sorpreso.
DON
JUAN:
«Sì,
tutto»
rispose.
CARLOS
CASTANEDA:
«Ma
non può essere vero»
protestai «che
ogni tua azione sia solo follia controllata.»
DON
JUAN:
«Perché
no?»
ribattè con espressione misteriosa.
CARLOS
CASTANEDA:
«Ciò
equivarrebbe ad affermare la tua indifferenza verso tutto e tutti. Prendi
me, per esempio. Intendi dire che non t'interessa se divento o no un uomo
di sapere, o se vivo, o muoio, o faccio qualsiasi cosa?»
DON
JUAN:
«Vero!
Non mi importa. Sei come Lucio, o chiunque alro nella mia vita, la mia
follia controllata.»
Provai
una strana sensazione di vuoto. Ovviamente non c'era ragione al mondo
per cui don Juan dovesse avermi a cuore, ma, d'altra parte, avevo quasi
la certezza che tenesse a me personalmente; pensavo che non potesse essere
altrimenti, poiché mi aveva sempre prestato la massima attenzione
in ogni momento trascorso insieme. Mi venne il sospetto che forse don
Juan diceva quelle cose solo perché era seccato con me. Dopotutto,
avevo abbandonato i suoi insegnamenti.
CARLOS
CASTANEDA:
«Ho
l'impressione che non stiamo parlando della stessa cosa»
osservai.
«Non avrei dovuto usare me stesso come esempio.
Intendevo dire che deve esserci qualcosa al mondo a cui tieni in un modo
diverso dalla follia controllata. Non credo che sia posssibile continuare
a vivere se non c'è nulla che per noi conti veramente.»
DON
JUAN:
«Questo
vale per te» disse. «Le cose importano a
te. Mi hai chiesto della mia follia controllata e ti ho detto
che tutto ciò che faccio per me e per i miei simili è follia,
perché niente è importante.»
CARLOS
CASTANEDA:
«Il
punto è, don Juan: come puoi continuare a vivere se non c'è
nulla di cui ti importi? ... Voglio veramente sapere; devi spiegarmi cosa
intendi dire.»
DON
JUAN:
«Forse
non è possibile» rispose.
«Alcune cose nella tua esistenza
ti interessano perché sono fondamentali; le tue azioni sono sicuramente
importanti per te, ma per me non c'è più neppure una singola
cosa che sia rilevante, né i miei atti né quelli dei miei
simili. Continuo a vivere, tuttavia, perché ho il mio intento,
perché l'ho temprato per tutta la vita finché è diventato
chiaro e integro e ora non m'interessa che alcunché conti per me.
Il mio intento controlla la follia della mia esistenza. (...)
Quando un uomo ha imparato a vedere, si trova
solo al mondo, con nient'altro se non la follia. ... I tuoi atti, come
quelli dei tuoi simili in generale, ti sembrano importanti perché
hai imparato a pensare che lo siano. (...)
Non ho detto senza valore, ho detto non importante. Per esempio, per me
non c'è modo di dire che i miei atti siano più importanti
dei tuoi, o che una cosa sia più necessaria di un'altra, perciò
tutte le cose sono uguali ed essendo uguali non sono importanti.»
Gli
chiesi se intendesse dichiarare che ciò che aveva chiamato "vedere"
era in effetti un "modo migliore" del mero "guardare
alle cose". Rispose che gli occhi degli uomini possono svolgere
entrambe le funzioni; l'una non è migliore dell'altra, ma addestrare
i propri occhi solamente a guardare era, a suo parere, una rinuncia inutile
e disonorevole.
Carlos Castaneda, Una
Realtà Separata, Rizzoli, pagg. 103,104, 105
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